Ferrari Dino 196 S e 246 S: due auto da sogno italiane

Le Ferrari Dino 196 S e Dino 246 S (1959-1960) sono due gioielli di alto collezionismo, che appartengono alla cultura storica della casa di Maranello.

Ferrari

La linea, modellata da Medardo Fantuzzi, si ispira chiaramente a quella della Ferrari 250 Testa Rossa, rispetto alla quale -a causa delle dimensioni compatte- appare meno leggiadra. La Dino 196 S non ha il fascino della rinomata 12 cilindri, ma è immediatamente riconoscibile per lo stile di famiglia.

Per i suoi contenuti tecnici, si rivolge a una clientela dall’indole spiccatamente agonistica. Nasce dal desiderio di trasferire sulle Sport i propulsori Dino della massima Formula, che sfoggiano un curriculum denso di brillanti risultati. Per predisporne l’allestimento, l’unità destinata ad equipaggiarla viene montata in via sperimentale su una barchetta, all’uopo costruita nel 1957. L’operazione riesce e la “paziente” non rigetta il trapianto!

Anzi, impegnata in gara, consegue con Peter Collins il secondo posto al Glover Trophy di Goodwood dell’anno successivo. L’esperienza di collaudo si rivela utile alla messa a punto del nuovo modello, presentato a Modena nel marzo del 1959. La vettura viene battezzata col nome Dino 196 S. Il codice numerico, come da prassi corsaiola, si riferisce alla cilindrata unitaria e al frazionamento.

Spinta da un 6 cilindri di due litri, alimentato da 3 carburatori doppio corpo, trae energia da 195 scalpitanti cavalli, erogati al regime di 7800 giri al minuto. Ad agevolarne la dinamica ci pensa il peso, che non supera il limite dei 680 kg. Buona la capacità frenante garantita dai dischi della Dunlop. Il telaio, in tubi d’acciaio, è composto da un reticolo con elementi di vario spessore. Le sospensioni seguono il consueto schema a ruote indipendenti all’avantreno e a ponte rigido al retrotreno.

A Maranello si aspettano delle buone performance dalla loro creatura sportiva, che debutta luminosamente in gara. La nuova “rossa” si aggiudica la Coppa Sant’Ambroeus di Monza, con Giulio Casabianca. Sarà però un abbaglio. Quel successo apre infatti le porte a una stagione incolore, non in linea coi raggianti trascorsi del “cavallino rampante”. Anche i ritiri si ripetono con frequenza impressionante.

La triste evidenza spinge la Casa a prendere le contromisure. Si pensa a un innalzamento della cilindrata, per dare slancio alle prestazioni. Nasce la Dino 246 S, utilizzata in forma ufficiale dall’azienda emiliana. Esteticamente identica alla sorella minore, trae vantaggio dalla spinta garantita da un più corposo motore di 2.4 litri, che eroga 245 Cv. La potenza specifica supera la significativa soglia dei 100 cavalli/litro. Gli affinamenti non risparmiano il resto della meccanica, rivista negli aspetti più critici. L’auto diventa più estrema.

Per migliorarne il comportamento, sull’asse posteriore viene adottato un ponte De Dion, poi sostituito dalle ruote indipendenti. Questa soluzione accentua le differenze con la 196, ancorata al più semplice (e meno efficace) ponte rigido. Il cambio diventa a 5 rapporti. Da una simile iniezione di interventi è logico attendersi delle performance di rilievo. La vettura non riesce però ad ergersi al rango di astro splendente del firmamento automobilistico. Già al debutto, alla 1000 Km di Buenos Aires del 1960, con Scarfiotti e Gonzales alla guida, si capisce che la musica è sempre la stessa.

L’unico risultato degno di nota sarà il secondo posto conseguito da Von Trips e Phil Hill alla Targa Florio di quell’anno. In quarta piazza la vettura gemella di Mairesse, Scarfiotti e Cabianca. Poco significativi i successi raccolti in gare minori. E’ tempo di radicali cambiamenti: la sua erede avrà il motore posteriore. Questa la sigla di battesimo: Dino 246 SP.

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