Ogni anno, per un fine settimana di ottobre, l’Italia tessile e sartoriale spalanca i propri cancelli e mostra quello che normalmente resta invisibile: le mani che tagliano, cuciono, ricamano, pressano e rifiniscono i capi che poi finiscono sulle passerelle o nelle boutique di tutto il mondo. ApritiModa 2026, in programma il 24 e 25 ottobre, raggiunge un traguardo significativo: si tratta della decima edizione dell’iniziativa, e per celebrarla sono oltre cento le realtà coinvolte — atelier, manifatture, laboratori artigianali — distribuite su tutto il territorio nazionale. Non è un evento fieristico né una sfilata: è qualcosa di più raro, ovvero l’accesso diretto ai luoghi dove il Made in Italy prende forma.
Cosa significa aprirsi al pubblico per un laboratorio sartoriale
Per capire il valore di ApritiModa 2026, bisogna partire da una premessa: la maggior parte delle manifatture italiane di alta gamma lavora lontano dai riflettori per scelta precisa. La discrezione non è timidezza, è parte integrante del modello produttivo. Un atelier che confeziona abiti da sposa su misura, una sartoria che produce giacche per grandi maison internazionali, un laboratorio che realizza ricami a mano per l’alta moda: queste realtà non hanno showroom aperti al pubblico, non organizzano eventi stampa, non cercano visibilità ordinaria.
Aprire le porte, anche solo per due giorni, significa accettare uno sguardo esterno su processi che richiedono anni di formazione per essere padroneggiati. Significa mostrare la bastitura, la prova su manichino, la pressatura a vapore, il punto a mano su un risvolto. Significa rendere visibile il tempo — e il tempo, nella produzione artigianale di qualità, è la variabile più difficile da comunicare e da valorizzare economicamente.
È proprio questa pedagogia silenziosa il motore dell’iniziativa: non vendere, non promuovere nel senso commerciale del termine, ma spiegare perché un capo costruito in un certo modo vale quello che costa. In un momento in cui la moda veloce continua a comprimere i prezzi e a rendere invisibile il lavoro umano dietro ogni prodotto, un’iniziativa come questa ha una funzione quasi controcorrente.
La decima edizione: cosa cambia rispetto alle precedenti
Dieci anni di ApritiModa rappresentano un percorso di consolidamento che poche iniziative culturali legate alla moda riescono a vantare. La crescita nel numero di partecipanti è un segnale concreto: se le prime edizioni coinvolgevano un numero più contenuto di realtà, oggi oltre cento laboratori e manifatture scelgono di aderire, distribuiti geograficamente in modo da coprire le principali aree produttive del Paese — dal distretto tessile lombardo alle sartorie napoletane, dalle manifatture toscane del pellame ai ricamatori veneti.
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Tra le novità più interessanti di questa edizione figurano gli atelier bridal, un segmento che raramente apre al pubblico generalista. Nomi come Anna Renzi Brivio, Cecilia Gerosa, Antonio Riva e Poesie Spose partecipano per la prima volta, offrendo uno sguardo su un settore dove la personalizzazione e la manifattura a mano raggiungono livelli estremi: un abito da sposa di alta sartoria può richiedere centinaia di ore di lavoro, tra toile, prove, correzioni e rifinitura finale.
Un’altra new entry di rilievo è Hydromiro a Venezia, realtà che lavora su tessuti e processi legati alla tradizione lagunare. La presenza veneziana amplia la mappa geografica dell’iniziativa verso un territorio che ha nella manifattura tessile una storia plurisecolare, spesso sottorappresentata nel racconto contemporaneo del Made in Italy.
Come orientarsi tra le oltre cento realtà partecipanti
Con più di cento indirizzi disponibili, la sfida per il visitatore non è trovare qualcosa di interessante, ma scegliere dove concentrare il tempo. Alcune indicazioni pratiche possono aiutare a costruire un percorso coerente.
- Definire un tema: sartoria maschile, ricamo, pelletteria, tessuto, abito da sposa. Ogni area produttiva ha logiche, strumenti e tempi propri. Visitare realtà affini permette di fare confronti significativi.
- Privilegiare i processi, non solo i prodotti: i laboratori più interessanti da visitare non sono necessariamente quelli con il nome più noto, ma quelli che mostrano fasi produttive difficili da vedere altrove — come la lavorazione del biadesivo su un’interfodere, la costruzione di una spalla senza imbottitura o la stiratura a vapore professionale su un tessuto delicato.
- Prenotare in anticipo: molte realtà limitano il numero di visitatori per garantire la qualità dell’esperienza e non interrompere la produzione corrente. La prenotazione, dove richiesta, va gestita per tempo.
- Portare domande concrete: chi lavora in questi laboratori è abituato a rispondere a domande tecniche. Chiedere del fornitore di un tessuto, del tipo di filo usato per un punto specifico, o del tempo necessario per una certa lavorazione produce risposte molto più interessanti di una visita silenziosa.
Il valore formativo per chi lavora nel settore
ApritiModa non è pensato esclusivamente per il pubblico curioso o per i consumatori finali. Una parte significativa dei visitatori è composta da studenti di moda, giovani stilisti, buyers e professionisti del settore che cercano fornitori, ispirazione o semplicemente una comprensione più profonda della filiera. Per questa categoria, il fine settimana di ottobre rappresenta un’opportunità formativa difficilmente replicabile in altri contesti.
Vedere dal vivo come si costruisce una giacca strutturata, come si gestisce un archivio di campioni tessili, come funziona la logistica di un laboratorio che lavora per più maison contemporaneamente: sono informazioni che non si trovano nei libri di testo e che raramente emergono durante gli stage aziendali. Il contatto diretto con i maestri artigiani — spesso figure di cinquanta o sessant’anni con decenni di esperienza alle spalle — offre una prospettiva sulla professione che nessun corso universitario riesce a trasmettere con la stessa intensità.
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C’è anche una dimensione di trasmissione intergenerazionale che l’iniziativa favorisce: molte di queste realtà cercano attivamente nuovi professionisti da formare, e un incontro durante ApritiModa può trasformarsi in un percorso di apprendistato o in una collaborazione professionale.
Perché il saper fare italiano ha ancora bisogno di essere raccontato
La retorica del Made in Italy rischia spesso di diventare un’etichetta svuotata di contenuto: un’indicazione geografica usata come argomento di marketing senza che il consumatore abbia strumenti per verificarla o comprenderla. ApritiModa 2026 lavora esattamente in senso contrario: non racconta il Made in Italy con parole, ma lo mostra con i fatti.
Entrare in un laboratorio dove una ricamatrice lavora su un pannello di tulle da quattro ore, o assistere alla costruzione di un busto sartoriale su misura, produce una comprensione immediata e viscerale di cosa significhi produrre in un certo modo. Non serve una spiegazione: il tempo, la precisione e la competenza tecnica parlano da soli.
In questo senso, la decima edizione dell’iniziativa arriva in un momento in cui il dibattito sulla filiera produttiva della moda è più acceso che mai — tra pressioni sui costi, delocalizzazione, automazione e domanda crescente di trasparenza da parte dei consumatori. Aprire le porte non è un gesto nostalgico: è una risposta concreta e verificabile a chi chiede di capire cosa si nasconde dietro un’etichetta. Per informazioni aggiornate sui partecipanti e per consultare il programma completo, il riferimento ufficiale è il Corriere della Sera Style, che segue l’iniziativa fin dalle prime edizioni.
Due giorni non sono molti, ma sono sufficienti per uscire con una consapevolezza diversa su ciò che si indossa e su chi lo ha costruito. E questa, probabilmente, è la forma più autentica di educazione al lusso che esista.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
