Il 30 settembre 2026, al MIND Milano Innovation District, Kering ha aperto ufficialmente il primo anno accademico della sua Kering Accademia per le Eccellenze: oltre 1.500 studenti iscritti, più di 40 percorsi didattici attivi, sette scuole partner distribuite in sei regioni italiane e 400 tra maestri artigiani e professionisti coinvolti nell’insegnamento. Numeri che raccontano qualcosa di più di un semplice programma di formazione artigianale italiana — descrivono un sistema strutturato, con architettura propria, pensato per durare.
Un’accademia distribuita, non un’unica sede
Il modello scelto da Kering è volutamente diffuso. Invece di concentrare tutto in un campus centrale, l’Accademia si appoggia a sette scuole partner sparse in sei regioni italiane, portando la formazione nei territori dove le tradizioni manifatturiere esistono già, dove le competenze sono radicate e dove il rischio di dispersione del sapere è più concreto. È una scelta che riflette la geografia reale dell’eccellenza artigiana italiana: non una sola città, non un solo distretto, ma una rete di eccellenze locali che il progetto intende connettere e valorizzare.
Questo approccio distribuito ha anche un vantaggio pratico: avvicina i percorsi formativi agli studenti e, soprattutto, ai maestri. Chiedere a un artigiano con decenni di esperienza di spostarsi in un’altra regione per insegnare significherebbe perdere parte del contesto — lo spazio, gli strumenti, la cultura materiale — che rende quella trasmissione di sapere autentica. La formazione artigianale italiana funziona meglio quando avviene nel luogo in cui il mestiere è nato e si è evoluto.
Il progetto è stato concepito a Firenze, inaugurato a Milano
La storia dell’Accademia ha una doppia geografia simbolica. L’iniziativa era stata presentata per la prima volta all’Archivio Gucci di Firenze, sede che evoca immediatamente il legame tra manifattura, identità di marca e memoria storica. La scelta di quel luogo non era casuale: Gucci è uno dei brand del gruppo Kering, e il suo archivio fiorentino rappresenta uno degli esempi più compiuti di come un’azienda del lusso possa custodire e valorizzare il proprio patrimonio tecnico e stilistico.
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L’inaugurazione vera e propria si è poi svolta a Milano, al MIND, un distretto nato per connettere innovazione, ricerca e industria. Anche questa scelta racconta qualcosa: la formazione artigianale italiana non viene presentata come conservazione nostalgica, ma come investimento orientato al futuro, capace di dialogare con ambienti tecnologici e produttivi contemporanei.
Chi guida l’Accademia e quale visione porta
A capo del progetto ci sono due figure chiave. Luca de Meo, CEO di Kering, ha partecipato all’inaugurazione, segnalando che l’Accademia non è un’iniziativa periferica o delegata alla comunicazione istituzionale, ma una priorità strategica del gruppo. Sabina Belli, Presidente di Kering Italia e responsabile dell’Accademia, è la figura che ne ha costruito l’impianto operativo. Il fatto che la guida dell’iniziativa sia affidata alla presidenza italiana del gruppo è coerente con la natura del progetto: radicato nel territorio, gestito da chi conosce da vicino le specificità della manifattura italiana.
La presenza di 400 maestri artigiani e professionisti come corpo docente è forse il dato più significativo. Non si tratta di formatori accademici nel senso tradizionale, ma di pratici — persone che lavorano ogni giorno con materiali, strumenti e tecniche che rischiano di non trovare eredi. Coinvolgerli come insegnanti significa riconoscere il valore del loro sapere e creare le condizioni perché venga trasmesso in modo sistematico, non affidato al caso o alla fortuna di trovare un apprendista motivato.
Quaranta percorsi formativi: la profondità del programma
Oltre 40 percorsi didattici è un numero che merita attenzione. In un settore come quello della formazione artigianale italiana, la varietà dei mestieri è enorme: dalla pelletteria alla gioielleria, dalla sartoria alla lavorazione del cuoio, dalla tessitura all’oreficeria. Ogni disciplina ha le proprie tecniche, i propri materiali, i propri tempi di apprendimento. Costruire più di quaranta percorsi distinti significa aver mappato con attenzione le competenze a rischio e aver progettato risposte specifiche per ciascuna di esse.
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Il numero degli studenti — oltre 1.500 al primo anno — è un indicatore di scala reale. Non si tratta di un programma pilota o di un esperimento su piccolo campione: è un sistema formativo già operativo, con una massa critica sufficiente a generare effetti concreti sul mercato del lavoro artigianale italiano nei prossimi anni. Se anche solo una parte di questi studenti entrerà nelle filiere produttive del lusso con competenze solide, l’impatto sulla qualità della manifattura sarà misurabile.
Perché i grandi gruppi investono nella trasmissione del saper fare
La mossa di Kering non avviene nel vuoto. Il settore del lusso ha un problema strutturale ben documentato: la carenza di artigiani qualificati rischia di diventare un collo di bottiglia per la crescita, indipendentemente dalla domanda di mercato. Un gruppo che produce borse, scarpe, abiti e gioielli di altissima gamma ha bisogno di mani capaci di lavorare la pelle, cucire a mano, incidere il metallo. Queste competenze non si acquisiscono in pochi mesi e non si possono automatizzare senza perdere la qualità che giustifica il posizionamento premium.
Investire in formazione è quindi, per Kering, anche un investimento nella propria catena produttiva futura. Ma la struttura dell’Accademia — con scuole partner indipendenti, percorsi aperti a studenti che non necessariamente lavoreranno per brand del gruppo — suggerisce un orizzonte più ampio. Il progetto si propone di rafforzare l’intero ecosistema della formazione artigianale italiana, non solo di alimentare le proprie fabbriche. È una distinzione importante, che distingue un’iniziativa di responsabilità industriale da un semplice programma di recruiting.
Per approfondire il programma e i percorsi disponibili, è possibile consultare la pagina ufficiale di Kering dedicata all’Accademia.
Con il primo anno accademico ora in corso, l’Accademia entra nella fase più delicata: quella della concreta trasmissione di sapere, aula per aula, laboratorio per laboratorio, tra maestri che invecchiano e studenti che iniziano. Il modello è ambizioso e ben strutturato; la sua vera misura si vedrà nei risultati — nella qualità di chi uscirà da questi percorsi e nella capacità dell’iniziativa di replicarsi e crescere negli anni successivi.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
