Nel panorama della fotografia di moda contemporanea, dove il ritocco digitale è diventato quasi un riflesso automatico, Szilveszter Makó percorre una strada radicalmente diversa. Fotografo e art director ungherese con base a Milano, Makó costruisce ogni immagine a partire da diorami e scenografie fisiche realizzate interamente a mano, senza ricorrere a post-produzione digitale, CGI o elementi artificiali aggiunti in fase di editing. Il risultato sono fotografie di moda che sembrano dipinti surrealisti: composizioni dense, oniriche, cariche di rimandi culturali che appartengono a un immaginario preciso e personale.
Un fotografo moda surrealista che lavora con le mani, non con il mouse
La prima cosa che colpisce del metodo di Makó è la sua natura artigianale in un settore che ha abbracciato la virtualizzazione quasi senza riserve. Ogni set che appare nelle sue fotografie esiste fisicamente: è costruito, assemblato, illuminato e poi fotografato. Non c’è nulla che venga aggiunto dopo lo scatto. Questa scelta non è nostalgia né postura estetica — è una filosofia di lavoro che determina direttamente la qualità visiva finale.
La superficie delle sue immagini ha una consistenza tattile difficile da ottenere con strumenti digitali. La luce cade su materiali reali, le ombre hanno profondità autentica, le proporzioni tra gli elementi seguono la logica fisica dello spazio tridimensionale. È proprio questa fisicità a rendere le sue fotografie così vicine alla pittura: non perché imitino la pittura, ma perché condividono con essa il processo di costruzione deliberata di ogni centimetro dell’inquadratura.
Il termine fotografo moda surrealista calza con precisione al lavoro di Makó, ma va inteso in senso tecnico oltre che stilistico. Il Surrealismo storico — da René Magritte a Salvador Dalí — lavorava sulla dislocazione degli oggetti dal loro contesto logico, sulla creazione di associazioni impossibili che tuttavia risultavano visivamente coerenti. Makó opera con la stessa logica: mette in scena situazioni che non potrebbero esistere nella realtà quotidiana, ma che all’interno del frame della fotografia acquistano una loro necessità interna.
Il folklore ungherese come vocabolario visivo
Dietro l’estetica surrealista di Makó c’è un archivio culturale molto specifico. La sua formazione ungherese e i ricordi d’infanzia costituiscono una fonte continua di riferimenti visivi: pattern decorativi, cromatismi, figure simboliche e narrazioni proprie del folklore dell’Europa dell’Est attraversano le sue composizioni in modo non didascalico, ma strutturale.
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Non si tratta di citazioni folkloristiche applicate in superficie — il tipo di operazione che nel fashion system spesso si riduce a un ricamo etnico su un abito altrimenti neutro. In Makó il folklore è il framework compositivo: determina come gli elementi vengono disposti nello spazio, quali rapporti di scala vengono stabiliti tra figure e oggetti, quale temperatura emotiva pervade la scena. È un vocabolario visivo interiorizzato, non un costume da indossare per l’occasione.
Questo aspetto lo distingue da molti suoi contemporanei nel campo della fotografia di moda creativa. Dove altri attingono a riferimenti visivi globali e intercambiabili — il cinema di Wes Anderson, l’estetica cottagecore, la grafica degli anni Novanta — Makó porta in campo un immaginario geograficamente e biograficamente situato, che ha una coerenza interna propria e che non si trova facilmente altrove.
Diorami, scenografie e la logica del set fisico
La costruzione manuale dei set è il cuore del metodo di Makó e merita un approfondimento specifico. Un diorama fotografico non è semplicemente un fondale dipinto: è uno spazio tridimensionale in scala, con elementi materici, profondità reale e una gestione della luce che deve tenere conto delle leggi fisiche dell’illuminazione su superfici concrete.
Costruire un set di questo tipo richiede competenze che vanno ben oltre la fotografia: scenografia, artigianato, senso dello spazio architettonico, capacità di prevedere come la luce interagirà con materiali diversi. È un lavoro che si avvicina più alla regia teatrale o alla scultura che alla fotografia commerciale tradizionale. E questa complessità produttiva è visibile nel risultato finale: le immagini di Makó hanno una densità visiva che non si ottiene in un’ora di ritocco su Photoshop.
La scelta di escludere completamente la post-produzione digitale ha anche una conseguenza sul processo creativo: ogni decisione deve essere presa prima dello scatto, non dopo. Non c’è la rete di sicurezza del “sistemiamo in post”. Questo impone una disciplina progettuale che si traduce in immagini strutturalmente più solide, dove ogni elemento ha una ragione precisa di essere dove si trova.
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Milano come base, l’Europa dell’Est come radice
Il fatto che Makó operi da Milano non è un dettaglio secondario. La città è ancora oggi uno dei centri mondiali della fotografia di moda — non solo per la concentrazione di brand e redazioni, ma per la densità di professionisti, stampatori, artigiani e produttori che rendono possibile un lavoro come il suo. Costruire set fisici di qualità richiede una filiera produttiva che Milano può ancora offrire.
Allo stesso tempo, la distanza geografica dall’Ungheria non ha attenuato l’influenza del folklore est-europeo nella sua visione. Anzi, quella distanza sembra aver cristallizzato i ricordi d’infanzia in qualcosa di più nitido e selettivo: non la riproduzione documentaria di una cultura, ma la sua trasfigurazione in un linguaggio visivo personale.
Per chi vuole approfondire il contesto della fotografia di moda contemporanea in Italia, Vogue Italia ha dedicato un profilo approfondito al lavoro e alla storia di Makó, esplorando le radici del suo stile e il suo percorso professionale.
Perché il suo approccio conta nel fashion system attuale
Nel 2026, la fotografia di moda è attraversata da una tensione crescente tra l’accelerazione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa — capaci di produrre immagini fotorealistiche in pochi secondi — e la ricerca di autenticità materica che parte del mercato e della critica richiede con sempre maggiore insistenza. Il lavoro di Makó si colloca esattamente in questo secondo polo, ma senza nostalgia reazionaria.
Non è un fotografo che rifiuta il digitale per principio ideologico: è un fotografo che ha trovato nel metodo fisico lo strumento più efficace per realizzare la sua visione specifica. La differenza è sostanziale. Il risultato è un corpus di immagini riconoscibili — cosa sempre più rara in un ecosistema visivo che tende all’omologazione — e tecnicamente difficili da replicare, il che le rende interessanti tanto per i brand quanto per il collezionismo fotografico.
In un sistema che produce e consuma immagini a velocità industriale, costruire ogni fotografia come si costruisce un oggetto artigianale è una scelta che ha costi produttivi più alti e tempi più lunghi. Ma produce qualcosa che le immagini generate algoritmicamente, per ora, non riescono a restituire: la traccia visibile di un processo umano, con tutto il peso culturale e biografico che porta con sé.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
